Il caso Riina e la funzione della pena

La recente sentenza con cui la Suprema Corte ha annullato con rinvio il provvedimento del tribunale di Sorveglianza di Bologna (che aveva negato la sospensione della pena per gravi motivi di salute a Totò Riina) ha ovviamente generato una gran quantità di reazioni contrarie, spesso dettate però dall’istinto. Come premessa, va detto che la reazione dei parenti delle vittime di mafia ad un’ipotetica sospensione della pena è sacrosanta e non suscettibile di critica. Ma detto ciò, al netto del dolore di chi è stato colpito direttamente, proviamo a ragionare a freddo.

La Cassazione non ha sospeso la pena, nè ha detto che essa dovrà necessariamente essere sospesa: ha solo posto (o meglio, ricordato) ai giudici che devono decidere, che il principio costituzionale di “umanità” della pena imporrebbe, in casi di estrema malattia terminale (come parrebbe essere quella dell’anziano boss) la sospensione della pena, salvo che esistano ragioni tali di pericolosità sociale del soggetto, da rendere impossibile la sua scarcerazione anche momentanea. Ha dunque rimandato ai giudici di sorveglianza di Bologna la decisione, con indicazione di meglio motivare sulla sussistenza o meno delle ragioni di pericolosità, senza entrare tuttavia nel merito (nè la Cassazione avrebbe potuto) se essa vi sia ancora o no. La decisione, perciò, è squisitamente processuale e non implica che il Tribunale di Sorveglianza debba sospendere la pena di Riina: ben potrà ribadire la propria decisione di mantenere l’espiazione in carcere, tuttavia motivando espressamente e meglio il profilo di attualità della sua pericolosità sociale. D’altro canto, basti pensare alla decisione che fu assunta e confermata in Cassazione riguardante l’altro boss Bernardo Provenzano, del quale fu provata e la permanente pericolosità, nonostante fosse ridotto ad uno stato di sostanziale demenza: egli rimase in carcere fino a fine vita.

In conclusione, il principio di umanità della pena non può essere sottovalutato, nè messo da parte a furor di popolo, solo perchè Riina è stato, senza dubbio, un sanguinario; nè è un ragionamento corretto quello che si sente a gran voce da più parti secondo cui il condannato non merita una morte dignitosa perchè lui non l’ha concessa alle sue vittime: la pena non è e non può diventare una vendetta in uno Stato di diritto. Su questo principio credo sia necessario essere chiari ed irremovibili, pena la perdita delle basi della convivenza civile.

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